26 Settembre 2022
Occidente in frantumi.

Pubblichiamo un contributo esterno sulla crisi in Ucraina per offrire ai nostri lettori sia una versione differente da quella propinata dai media mainstream sia spunti di riflessione.
La posizione dell’autore potrebbe talvolta non coincidere con la posizione della redazione.

Occidente in frantumi. E’ ora di guardarsi allo specchio

Fabio Massimo Parenti

Premessa

Per rimanere ai fatti degli ultimi decenni, partiamo da alcune constatazioni inconfutabili per contestualizzare in modo semplice la crisi Ucraina nei suoi rapporti con la Russia, o meglio nel bel mezzo della contesa geostrategica russo-statunitense, che suo malgrado coinvolge anche la Cina. Primo: la NATO è dominata dagli Usa e dai loro interessi strategici. Origine storica, peso finanziario-militare e controllo dei ruoli esecutivi chiave ne sono una conferma. Secondo: dall’implosione sovietica al 2020, la NATO si è allargata verso est inglobando altri 14 paesi tra Europa dell’est e Balcani occidentali.

Terzo: la NATO ha preteso di divenire “globale”, come definito chiaramente nei nuovi concetti strategici dell’organizzazione (1991, 1999, 2010). Non deve sorprendere, pertanto, che contestualmente alla sua espansione, essa si sia impegnata in numerose guerre di invasione, dalla ex-Jugoslavia al Medioriente passando per il Nord Africa. Non più un’organizzazione multilaterale regionale e di difesa, dunque, ma globale e di offesa. Così facendo, agli occhi di molti paesi – tanto i nuovi emergenti in Eurasia (Russia, Iran e Cina soprattutto), quanto le vittime dirette delle sue aggressioni – la NATO è diventata sinonimo di “North Atlantic Threat”, ovvero “minaccia nord-atlantica, anziché “organizzazione del trattato nord-atlantico”. Quarto: il fallito stato ucraino, che gli Usa avrebbero voluto nella NATO come la Georgia, pur non essendo ufficialmente nella NATO, ha sviluppato negli ultimi venti anni vari meccanismi di dialogo e cooperazione con essa, come ad esempio la Partnership for Peace (1994). Insomma, la NATO è in Ucraina da molto tempo. Quinto: stiamo assistendo allo sgretolamento dell’Occidente e della fine dell’imperialismo occidentale. C’è un filo rosso che unisce queste prime constatazioni ed aiuta a comprendere come siamo arrivati a questo punto. 

Il dramma ucraino e le responsabilità occidentali (Occidente in frantumi.)

Senza risalire alla “rivoluzione arancione” ucraina del 2004-5, con la quale si è cercato di dare una sterzata anti-russa e filo-occidentale, gioverà soffermarsi almeno su ciò che accadde nel 2014 per aggiungere elementi di comprensione alla complicata situazione attuale. In quell’anno, il colpo di stato preparato e sostenuto dagli Usa, con le forze di intelligence e NATO, fece cadere il paese in una condizione di guerra civile permanente, dapprima in tutto il paese e poi nella regione orientale del Donbass.

Col risultato di decine di migliaia di morti in otto anni di guerra, da imputare agli ultra-nazionalisti ucraini al governo e appartenenti a vari gruppi estremisti (Fatherland, Svoboda, Pravy Sector), che fin dal primo giorno della presidenza Poroshenko (e dentro al governo di Yatsenyuc, del partito Fatherland) hanno avviato una campagna di pesante discriminazione etnico-linguistica e politica contro i russi in Ucraina (lingua, partiti, organizzazioni e media banditi e resi illegali). Parliamo di gruppi di combattimento filo-nazisti, il più delle volte orgogliosi eredi degli ex-collaborazionisti del Terzo Reich. Questo ha sostenuto l’Europa a seguito degli Usa. Niente male come simbolo di democrazia e libertà. Non dimentichiamo, ma anzi sottolineiamo, che nei giorni precedenti il golpe del 2014 la Victoria Nuland – diplomatica di lungo corso statunitense, all’epoca assistente del Segretario del Dipartimento di Stato per l’Europa e l’Eurasia – mandava a quel paese l’UE, letteralmente, come entità geopolitica inutile nella partita che stavano giocando.

Ciò fu documentato da un’intercettazione, ad opera dell’intelligence russa, di una lunga conversazione telefonica tra la Nuland e l’ex ambasciatore statunitense in Ucraina (Pyatt) – la cui autenticità è stata ampiamente comprovata e mai smentita dagli stessi apparati Usa. Come scritto, siamo a pochi giorni dalle ultime rivolte di Maidan che fecero scappare Janukovyc, e nella conversazione la Nuland dava indicazioni sulla formazione (fabbricazione precedente alla farsa elettorale) del nuovo governo (dopo aver fornito assistenza e miliardi di dollari alle organizzazioni filonaziste), troncando ad un certo punto con un “F..k the EU” e ricordando che avevano l’appoggio in ambito Onu.

Ma andiamo avanti. Come ricostruito molto bene da uno dei massimi studiosi di storia russa, l’americano Stehen Cohen, e dal politologo John Mearsheimer, il governo democraticamente eletto fu rovesciato grazie al sostegno statunitense, mentre le azioni violente dei partiti di estrema destra sono state clamorosamente sostenute, e/o taciute, dai paesi occidentali e dal nuovo governo (per i documenti sul colpo di stato ucraino cfr. Zuesse 2014; Engdahl 2014; Cartalucci 2014; Eliason 2014).

Va notato che, nonostante la sua lunga storia multiculturale, i conflitti interetnici in Ucraina raramente sono stati così esasperati come negli ultimi anni. Molti osservatori hanno letto gli eventi in Ucraina come una nuova versione del divide et impera romano: una strategia mirata a mantenere l’attuale sistema mondiale senza che grandi concorrenti regionali (in questo caso Russia e Germania) possano formare un’alleanza o un’unione in grado di bilanciare l’egemonia statunitense (per una panoramica di questi fatti, si rimanda alla conferenza con J. Mearsheimer e R. Rozoff, A-Infos Radio Project 2015).

Il mancato adempimento degli accordi di Minsk da parte ucraina, la mancata volontà di negoziazione e le continue provocazioni e aggressioni per fiaccare le repubbliche dell’est non hanno lasciato spazio ad alternative diverse dal riconoscimento ufficiale da parte della Russia (su richiesta dei gruppi indipendentisti ucraini di Donetsk e Lugansk) al fine di difendere formalmente questi spazi confinari filo-russi da ulteriori ingerenze ucraine sostenute dalla NATO (nel frattempo sono già seguite le dichiarazioni di riconoscimento da parte di Venezuela, Siria, Nicaragua, Cuba e Yemen). In realtà, a quanto emerge dagli ultimi avvenimenti, per raggiungere questo obiettivo e garantire uno spazio ucraino neutrale, sembra essere necessario, dal punto di vista russo, annichilire qualsiasi possibilità politica e militare, messa in piedi dal sistema US-NATO, di rappresentare una costante minaccia alle porte della Federazione.  

La Russia, come d’altronde la Cina in altre regioni, ha sopportato guerre lungo l’intero arco eurasiatico, chiamato da Brzezinski l’arco della “instabilità globale”, che va dal Baltico alla ex-Jugoslavia, attraversando il Medio Oriente fino alle Repubbliche Centro-asiatiche e al sud-est asiatico. Ad ogni guerra del sistema US-NATO è seguita la costruzioni di nuove basi militari statunitensi (ad esempio, Bondsteel Camp, Uresevic, Kosovo), così come avvenuto nei nuovi paesi membri dell’organizzazione, facendo avanzare peraltro il sistema antimissilistico AEGIS in Europa dell’est ed Estremo oriente. L’accerchiamento va avanti da trent’anni. Nel frattempo, questi sono stati anche gli anni necessari alla ricostruzione dell’indipendenza della Russia e del continuo sviluppo economico-politico della Cina che, dopo aver vinto in disparte la Guerra fredda, si è integrata sempre più al mondo ed è divenuta la prima potenza commerciale ed industriale del nuovo ordine mondiale.

Il cerchio nefasto dei “democratici” (da Pristina a Kiev) e la delegittimazione NATO (Occidente in frantumi.)

Dai moti golpisti di Maidan agli accordi di Minsk la Russia ha continuato a chiedere garanzie (come fatto nei 15 anni precedenti), con un’infinita dose di pazienza che, evidentemente, in questi giorni è stata esaurita.

Il cerchio dell’unilateralismo Usa si è aperto con Clinton in Serbia (guerra del Kosovo) e si chiude, forse, con Biden in Ucraina, passando per Obama (tutti democraticissimi), che nel 2014 sostenne il colpo di stato e la guerra civile (per non menzionare il pivot to Asia, la Libia e l’Afghanistan). Tutte queste guerre, comprese quelle sotto presidenza repubblicana, sono state rivolte verso la Cina, la Russia e l’Iran, per isolare, destabilizzare, accerchiare, con scuse di volta in volta legate a menzogne mal confezionate, come inesistenti “armi di distruzione massa” e la fabbricazione di attacchi per screditare il leader “cattivo” di turno. Oppure usando le carte sempre verdi del terrorismo islamico e della difesa di minoranze. In realtà, sono stati solo pretesti, ampiamente documentati anche da Assange, che per questo sta subendo un’ingiusta e drammatica condanna di incarcerazione a vita.

Da questo contesto, il sistema US-Nato ne esce con la credibilità a pezzi. Non più organizzazione difensiva nordatlantica, ma offensiva globale. Non strumento di sicurezza e stabilità, ma al contrario di instabilità e insicurezza. Ricordiamo, peraltro, che stiamo parlando di tutti interventi bellici intrapresi in violazione del diritto internazionale, da catalogare come “crimini contro l’umanità”.

L’Alleanza è considerata da molti una forza di destabilizzazione. Al giorno d’oggi, dovrebbe essere evidente che la guerra al terrorismo è stata una finzione drammatica e che il blocco occidentale ha contribuito fortemente ad alimentare molti gruppi di estremisti, direttamente o indirettamente con i suoi alleati regionali (vedi ad esempio Anderson 2015 e Hagopian 2015). Si potrebbe dire che tutti abbiamo perso la guerra globale al terrorismo perché non l’abbiamo mai realmente combattuta. I signori della guerra islamici e i movimenti estremisti sono più forti che mai. Come esempi, tra gli altri, si vedano l’Afghanistan, che dopo 20 anni è stato riportato al punto di partenza, e il sostegno agli estremisti uiguri dello Xinjinag.  

Target Cina, mentre l’Europa resta agli ordini degli Usa

Come viene vista l’UE dagli Usa? Seguendo alcuni dei più influenti analisti e strateghi statunitensi, si evince quanto segue: l’importante è mantenerla unita, ma subordinata agli interessi strategici Usa. L’UE ha solo da perdere in questa condizione: si vedano ad esempio le ripercussioni commerciali ed energetiche nelle frizioni o scontri con Russia, Cina ed Iran. La subordinazione UE sarebbe data, nella visione Usa, da un allentamento delle relazioni con le potenze eurasiatiche. Se non si riesce ad arrestare l’avvicinamento sino-russo, almeno è necessario mantenere la presa forte sull’Europa. Una condizione, quest’ultima, funzionale al rafforzamento della NATO nell’area del Pacifico per premere sulla Cina, che è l’ultimo target delle provocazioni e interferenze di cui abbiamo scritto.

Intanto, coerentemente col quadro fornito, c’è la scusa di continuare ad inasprire le sanzioni economiche contro la Russia, con manovre di geopolitica-economica messe in campo da Usa e UE. Ma come abbiamo spesso rilevato analizzando le vicende cinesi nel contesto competitivo internazionale, queste sanzioni danneggiano un’Europa già claudicante, divisa e che continuerà a impoverirsi. Per risollevarci non dobbiamo seguire pedissequamente i dettami di Washington (soprattutto alla luce di un atlantismo desueto ed ormai privo di significato), ma rivolgerci con equilibrio e pragmatismo agli spazi eurasiatici, cooperando maggiormente con la Cina, la Russia e gli altri paesi asiatici e africani che stanno traendo vantaggio dal coinvolgimento nella BRI.  

I timori delle élite occidentali, degli Usa in particolar modo, sono riconducibili alla paura crescente di perdere influenza nella ridefinizione della nuova governance mondiale (non da oggi) e quindi di vedere un mondo de-occidentalizzato. Ciò ha spinto vari studiosi e diverse istituzioni a pensare a un nuovo scenario di guerra fredda già 15-20 anni fa. Tra questi c’è Robert Kaplan, il quale ha affermato l’inevitabilità di una nuova guerra fredda con la Cina già nel 2005, sottolineando l’urgenza di rafforzare il controllo Usa-NATO sull’Europa ed espandere la sua potenza militare nell’Asia-Pacifico. Da una prospettiva storica, John Mearsheimer ha anch’egli aderito all’inevitabilità dello scontro Usa-Cina come conseguenza dell’ascesa cinese.

E’ un altro mondo. Chi vince chi perde…

L’ordine mondiale è già cambiato radicalmente nell’assetto della sua geografia economica, portandosi dietro un’inevitabile conseguenza sul piano geopolitico. Un processo di trasformazione radicale che ha ridimensionato l’influenza occidentale e la sua leadership statunitense. In questi ultimi decenni l’unilateralismo statunitense e le sue continue mire egemoniche nei confronti degli emergenti si è via via eroso, facendo perdere credibilità e legittimazione internazionale alle sue strategie di dominio non più incontrastate.

L’Ucraina è uno degli spazi geostrategici in cui si consuma il suddetto cambiamento, ovvero quello di un sistema mondiale già multipolare, o meglio bilanciato nuovamente rispetto al predominio Usa degli anni Novanta. Si torna così ad un riequilibrio, ma che è marcato da numerose aree di frattura lungo tutto l’arco eurasiatico ai confini con Russia e Cina. La rinascita della potenza russa è particolarmente rilevante nel campo strategico-militare: un processo ben esaminato da Martyanov – esperto di questioni militari – il quale spiega i motivi oggettivi della perdita di supremazia militare statunitense rispetto agli avanzamenti russi.

Un altro elemento da tenere presente è rappresentato dall’intesa strategica sino-russa, consolidatasi negli ultimi anni a seguito dell’espansionismo del sistema US-NATO. Cina e Russia stanno sperimentando le stesse pressioni, in termini di sanzioni e tentativi di “rivoluzioni colorate” ad opera di agenti esterni. Ci sono poi altri due fattori che stanno cementando la partnership strategica tra le principali potenze asiatiche, già operanti in ambito SCO-CSTO. Oltre alle suddette pressioni di contenimento da parte del sistema statunitense, tra Russia e Cina vi è una comune visione storica in merito alla grandezza della rivoluzione sovietica e al ruolo svolto da entrambi i Paesi nella guerra contro il nazifascismo. Un contributo fondamentale che in Occidente viene sempre più spesso ridimensionato.

Insomma, sembrerebbe sempre più evidente che i peggiori incubi degli strateghi Usa si stiano avverando, ovverosia la saldatura delle potenze anti-establishment o contro-egemoniche e la contrazione dell’influenza Usa in Eurasia. Se nella prima guerra fredda gli Usa avevano portato la Cina dalla loro parte, contribuendo ad isolare l’URSS, in seguito essi hanno tentato di integrare la Russia nell’orbita NATO (tra fine anni Novanta e primi anni Duemila), questa volta tentando di isolare una Cina in ascesa. Le previsioni sono state tuttavia errate e le manovre strategiche ritardatarie e mal concepite. Gli Usa erano convinti che la Cina sarebbe andata incontro a problemi interni e che comunque avrebbe trasformato il proprio sistema politico-economico, emulandoci. Questo non è accaduto, anzi, al contrario, la Cina ha rafforzato il proprio status economico-politico al livello mondiale, perseverando sulla strada di un modello di sviluppo autoctono di socialismo di mercato.  


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