7 Ottobre 2022

Intervento di Daniele Perra alla conferenza online del 31 Marzo 2022 “Guerre dimenticate: il caso dello Yemen e del Bahrein”

Mi piacerebbe partire citando il grande giurista tedesco Carl Schmitt ed il modo in cui conclude il suo saggio Teoria del partigiano: “La teoria del partigiano conduce al concetto del politico, ovvero alla questione concernente il vero nemico ed il nuovo nomos della terra” [1].

Perché ritengo utile questa citazione?

In primo luogo perché oggi si fa una grande confusione sull’idea stessa di “partigiano”. Schmitt, in questo senso, è abbastanza chiaro. Quella del “partigiano” è una lotta di popolo contraddistinta da un carattere eminentemente “tellurico”. Il “partigiano” è intrinsecamente legato al suolo, alla terra. La sua lotta è rivolta alla protezione “della casa e del cuore della Patria”. Ed il suo compito si esaurisce, o viene sminuito, nella misura in cui diventa un mero strumento geopolitico in mano ad attori esterni alla stessa “casa” o “Patria”.

Oggi, ad esempio, i mezzi di informazione generalisti utilizzano spesso il termine “nuovi partigiani” in riferimento ai combattenti dei battaglioni ucraini (c’è chi li definisce nazionalisti, chi neonazisti e così via) che, in realtà, altro non sono che bassa manovalanza addestrata ed indottrinata da attori esterni per fini geopolitici che poco hanno a che fare con la difesa “della casa e del cuore del Patria”. Lo stesso termine venne utilizzato a suo tempo per i cosiddetti “ribelli moderati” siriani. Naturalmente, nessuno si è mai sognato di utilizzare tale espressione in riferimento ai combattenti del Donbass che, nel 2014, dall’oggi al domani, hanno visto il proprio popolo sottoposto a forme di pulizia etnica e di discriminazione di varia natura (ad esempio, la negazione allo studio della propria lingua). Così come nessuno ha mai usato tale termine in riferimento alla lotta del popolo yemenita contro l’aggressione della coalizione a guida saudita.

In secondo luogo, ritengo importante la citazione di Schmitt perché afferma che la “teoria del partigiano conduce al concetto del politico”: o meglio, alla politica nel senso tradizionale del termine. Oggi, in Occidente, viviamo in pieno l’epoca della neutralizzazione della politica, della sua riduzione al mero calcolo. Tuttavia, la politica (quella reale) ritorna con forza sempre più dirompente attraverso il conflitto (anche militare) sul piano internazionale. L’Occidente stesso (quello che ha messo in pratica al suo interno la neutralizzazione della politica) ha bisogno del conflitto. Così, mette in scena ciclicamente le crociate della democrazia contro quello che viene ritenuto alla stregua di “machiavellismo politico” ma che non è altro che il ritorno della politica nella sua forma reale e tradizionale (la dicotomia amico/nemico).

In terzo luogo (e qui finalmente posso ricollegarmi a quelle che oggi abbiamo chiamato “guerre dimenticate”), Schmitt afferma che la teoria del partigiano conduce alla questione concernente il “vero nemico ed il nuovo nomos della terra”.

Innanzitutto è bene ricordare che tali guerre sono “dimenticate” solo dall’opinione pubblica di questa parte del mondo (dove i mezzi di informazione seguono delle agende prestabilite dai centri di potere d’Oltreoceano). Non sono dimenticate in Asia occidentale, né tantomeno in quella centrale e orientale.

Ad onor del vero, non sono dimenticate neanche nei suddetti centri di potere dell’Occidente, visti e considerati i riflessi che soprattutto il conflitto nello Yemen sta avendo sul piano globale e su quello che Schmitt ha definito come “nuovo nomos della terra”.

Di fatto, dopo diversi anni in cui le amministrazioni Obama e Trump hanno fornito sostegno militare e logistico all’aggressione allo Stato dell’Arabia meridionale, Biden ha timidamente invertito la rotta. Dopo la sua elezione, il Dipartimento di Stato USA ha rimosso Ansarullah dalla lista delle organizzazioni terroristiche e rimosso il regime sanzionatorio imposto su alcune delle figure centrali del Movimento [2].

Perché lo ha fatto? Perché sperava di favorire il dialogo per la riapertura del negoziato sul nucleare iraniano.

Va da sé che, nella visione strategica dell’amministrazione nordamericana, un nuovo accordo sul nucleare avrebbe fatto in modo che l’Iran non si spingesse troppo verso Russia e Cina (uno dei principali incubi del noto stratega Zbigniew Brzezinski).

Tuttavia, se da un lato sono riusciti ad aprire nuovi canali di dialogo con l’Iran; dall’altro, hanno posto le fondamenta per la dissoluzione del sistema unipolare (in pratica, come ha affermato l’ex generale cinese Qiao Liang, si sono scavati la fossa da soli) [3]. Per questo, oggi, quando sento parlare di vittoria degli Stati Uniti per ciò che concerne l’attuale conflitto in Ucraina, salto sulla sedia. Se di vittoria si può parlare, questa è assai limitata e riguarda semplicemente il fatto che sono riusciti a re-imporre la propria egemonia totale sull’Europa ed a destabilizzare la sua economia e la sua moneta (si tratta di una vittoria finanziaria di breve periodo).

Tornando allo Yemen, la rimozione degli Huthi dalla lista delle organizzazione terroristiche, ha consentito all’Iran di garantire al movimento di resistenza degli aiuti finanziari che prima erano impossibili. Ciò ha permesso ai ribelli di migliorare le proprie capacità di risposta agli attacchi della coalizione a guida saudita (quest’anno abbiamo già assistito a diverse azioni, in passato assai limitate e dilatate nel tempo per quanto comunque efficaci, contro infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti ed in Arabia Saudita) e, di conseguenza, ha scatenato le ire di sauditi ed emiratini che non solo hanno chiuso il telefono in faccia a Biden nel momento in cui questo è andato a pregarli di aumentare la produzione di greggio per far fronte alla riduzione (causa regime sanzionatorio) di esportazioni dalla Russia. Non solo, i sauditi hanno pure iniziato a studiare un meccanismo di transizioni petrolifere con la Cina che, di fatto, non prevede più l’utilizzo del dollaro. Inutile dire che ciò comporterebbe la fine della globalizzazione come fin qui l’abbiamo conosciuta: ovvero, come globalizzazione del dollaro, con gli USA che producono dollari ed il resto del mondo che produce i beni da commerciare con i dollari. Dunque, saremmo di fronte alla fine stessa del primo “impero finanziario globale” ed all’inizio della costruzione di un “nuovo nomos della terra” (per tornare a Schmitt).

Tra l’altro, gli Stati Uniti non sono neanche riusciti ad impedire l’avvicinamento dell’Iran a Russia e Cina visto che Teheran è entrata nella Shanghai Cooperation Organization nel settembre del 2021; ha firmato un trattato venticinquennale di cooperazione strategica con Pechino; ha sostenuto, in sede di negoziato sul nucleare, la posizione russa sull’esclusione dei rapporti bilaterali Teheran-Mosca dal regime sanzionatorio imposto alla Russia a seguito dell’intervento in Ucraina.

A questo proposito, è assai curioso constatare come all’Arabia Saudita non sia mai stato imposto alcun regime sanzionatorio per l’aggressione allo Yemen, dove pure, a differenza russa, ha deliberatamente preso di mira ospedali, scuole ed altre strutture civili. I suoi atleti possono gareggiare nelle competizioni sportive internazionali e da poco abbiamo assistito al Gran Premio di Formula 1 a Gedda. Lo stesso vale per Israele che ad intervalli ciclici uccide centinaia di civili nella Striscia di Gaza senza neanche una minima condanna da parte della cosiddetta “Comunità Internazionale” (in realtà, Nord America più Europa occidentale e Australia).

C’è un altro dato “curioso” da tenere a mente. Fonti ONU hanno stabilito che nelle guerre degli ultimi decenni c’è stato un notevole incremento delle morti civili. Nello specifico, i rapporti delle Nazioni Unite affermano che addirittura l’80% delle vittime non sono militari.

Questo perché i conflitti dell’istante unipolare sono stati caratterizzati da quel connotato di totalità che è proprio della “guerra ideologica”, quella che non distingue tra combattenti e non combattenti e che è rivolta all’annichilimento del nemico dopo la sua inevitabile criminalizzazione. L’attuale recrudescenza della guerra in Ucraina, in questo senso, rappresenta un’eccezione essendo un intervento militare limitato (con obiettivi limitati) che mira a porre fine ad una situazione di conflitto pregressa.

Sempre secondo fonti ONU, le vittime civili, ad oggi, sarebbero poco più di un migliaio [4]. É naturale che si tratti comunque di una immane tragedia. Tuttavia, bisogna tenere a mente che: 1) tale numero include anche le vittime civili delle Repubbliche separatiste; 2) non è neanche lontanamente paragonabile, ad esempio, agli esiti sciagurati di venti anni di “guerra al terrore” degli Stati Uniti.

Questa, infatti, ha prodotto 3.1 milioni di vittime ed un numero di profughi e rifugiati che oscilla tra i 37 ed i 59 milioni. Questi numeri, tra l’altro, non considerano gli esiti degli interventi in Libia e Siria, la condizione dello Yemen e la nuova crisi afghana [5].

È un dato di fatto che il criminale regime sanzionatorio imposto alla Siria dagli Stati Uniti stia facendo ancora più vittime della guerra (va da sé che gli stessi USA ancora occupano illegalmente l’area nord-orientale del Paese, la più fertile e ricca di risorse). Nello Yemen 31.000 persone rischiano di morire di fame ed oltre 2.2 milioni di minorenni si trovano in condizioni di indigenza [6]. Alcune considerazioni, infine, le merita l’Afghanistan visto che in vent’anni di occupazione occidentale il tasso di persone che vive in condizione di povertà è passato dal 60% al 90% (oggi 14 milioni di afghani non hanno certezza di alimentazione giornaliera).

Inoltre, nel momento del ritiro occidentale lo scorso settembre, Washington ha visto bene di congelare oltre 9 miliardi di dollari che la Banca Centrale Afghana (gestita dai governi fantoccio filo-USA) aveva non sorprendentemente trasferito negli Stati Uniti. Lo stesso Biden ha fatto sapere che metà di questi fondi andranno a risarcire i famigliari delle vittime dell’11 settembre. Non si capisce per quale motivo visto che, dei 19 attentatori, nessuno era afghano e che gli stessi talebani si resero disponibili all’estradizione di Bin Laden purché venissero fornite prove concrete del suo coinvolgimento negli attentati e che venisse sottoposto al giudizio di un tribunale islamico.

Dico ciò per sottolineare il fatto che anche un’operazione militare fallita si è trasformata in un successo finanziario per gli USA (con il contorno di sfruttamento degli strumenti di aiuto umanitario per mantenere la propria influenza sul Paese dell’Asia centrale). Così come oggi la studiata destabilizzazione della linea di confine tra Europa orientale e occidentale si è trasformata in un altro successo finanziario (di breve periodo) volto a conservare almeno il controllo sull’Europa occidentale nel momento in cui il sistema globale si evolve verso il multipolarismo.

Vorrei concludere con un passaggio del Tao Te Ching che mi sembra particolarmente pertinente con la situazione attuale di conflitto visto che evidenzia la sostanziale differenza tra “guerra d’aggressione” (volta all’annichilimento) ed il concetto di “intervento militare limitato” citato in precedenza. Si tratta del capitolo XXX dal titolo “Limitare le operazioni militari”:

“Quei che col Tao assiste il sovrano

non fa violenza al mondo con le armi

nelle sue imprese preferisce controbattere.

Là dove stanziano le milizie

nascono sterpi e rovi,

al seguito dei grandi eserciti

vengono certo annate di miseria.

Chi ben li adopra

soccorre e basta,

non osa con essi acquistar potenza.

Soccorre e non si esalta,

soccorre e non si gloria,

soccorre e non si insuperbisce,

soccorre quando non può farne a meno,

soccorre ma non fa violenza”.


Note

[1] C. Schmitt, Teoria del partigiano, Adelphi Edizioni 2005, p. 169.

[2] https://www.wsj.com/articles/yemen-houthis-terror-list-sanction-rebels-radical-islam-saudi-arabia-iran-ansar-allah-terrorist-11643123568

[3] Qiao Liang, L’arco dell’impero. Con la Cina e gli Stati Uniti alle estremità, LEG Edizioni, 2021, p. 134.

[4] https://reliefweb.int/report/ukraine/ukraine-civilian-casualties-2400-22-march-2022-enruuk

[5] https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2020/Displacement_Vine%20et%20al_Costs%20of%20War%202020%2009%2008.pdf

[6] https://piccolenote.ilgiornale.it/55215/yemen-e-afghanistan-il-silenzio-che-uccide


[ Guerre dimenticate Yemen e Bahrein ]

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